Tramontare, di Andrea Gentile

Sempre su minimum fax era uscito qualche anno fa il romanzo I vivi e i morti, firmato da Andrea Gentile. Un bel libro, cupo, misterioso, originale. Adesso arriva Tramontare, un romanzo con una protagonista prodigiosa: una bimba redentrice, che sa vedere e sentire ciò che gli altri non vedono e non sentono, che sa interrogarsi sulla morte, sul senso della vita, fino ad abbracciare l’assurdo, l’assenza di fondamento che si nasconde dietro ogni esistenza. Tramontare è quindi una vita consapevole dell’iperbolico dubbio che diventa certezza spersonalizzante: si vive per morire, prima o poi. Da bambina o da vecchia, nel luogo letterario Masserie di Cristo (inventato e già utilizzato dall’auore per i precedenti romanzi), l’esistenza di Tramontare si fa parabola, complicata e fragile storia di sofferenze e abusi soffocata da altre storie di personaggi sfuggenti, segreti e ricordi fondati su interrogazioni morali e filosofiche. E poi si fa culto, spontaneo, primitivo. Fino all’improvviso oblio di senso e fatti. E dopo l’oblio cosa rimane? Un vuoto farcito da domande, domande, domande…

Poche sono le risposte che si smarcano dal già citato dato di fatto che la vita non ha senso: è solo un andare avanti per finire. Su questo pensiero è strutturato tutto lo sviluppo del romanzo, che l’autore ha voluto consacrare alla sperimentazione. Un romanzo metafisico, diranno gli esperti e gli amanti del genere. Un romanzo un po’ vuoto, dico io. Noioso. Primo: la narrazione mi è sembrata troppo compiaciuta di un umore depresso e simbolico, artefatto nella sua lieve decadenza. Secondo: urta la ricerca di assenza, nella forma e nel contenuto, ossia il tentativo di sublimazione nel simbolo del vuoto sviluppo di una trama poco chiara e leggibile. Terzo: si finisce sempre per sopravvalutare la disperazione, il dolore, l’atroce. Gentile concede molto spazio al racconto dei dispiaceri e dei patimenti, fisici, morali e sentimentali. Ma la metafisica non dovrebbe andare al di là del fisico? E allora perché si cade sempre in questa drammaticità spicciola, di tormenti, guai, sofferenze indicibili, schifezze e violenze?

Per concludere, una lettura da mal di testa che non mi ha per nulla conquistata. La cosa che mi è piaciuta di più è la copertina.

Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori

Lungo e verboso, insistente e drammatico, intimistico e suggestivo. Osannato e criticato. Insomma, un successone. Molto francese e paraculo. Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin (edizioni eo) è un romanzo che vuole narrare la tristezza di una vita ordinaria e il tormento dei sentimenti più puri, dove però la tristezza sembra sempre posticcia e il tormento viene evocato a forza, con scene e ricordi dal gusto decorativo: un romanzo neoromantico da collezione, direi. L’eleganza cimiteriale del riccio è stata qui ispirata e poi complicata da idee ferrantiane e carrereiane. E dal magico-realistico mondo di Amelie. Fra tempi sospesi, racconti discreti e quadretti di esistenze fragili e tragiche da soap opera, si racconta un intreccio di vite alle prese con la morte, o per meglio dire, con il pensiero rimandato o accarezzato della morte.

La copertina di Cambiare l’acqua ai fiori, con le tombe sullo sfondo

Indovinate un po’? L’ho detestato, questo romanzo di cinquecento pagine. Libri così mi deprimo e non capisco come possano aver tanto seguito. Cioè lo capisco perfettamente, ma mi dà comunque fastidio. Che Violette, la protagonista del romanzo, assomigli troppo a Renée de L’eleganza del riccio è cosa palese, ma il tentativo di caratterizzarla attraverso vestiti che appaiono divise e poi il passato difficile (con la realizzazione tardiva che avviene con un lavoro da guardiana del cimitero) è patetico. Il topos è povero, ma la Perrin lo ha sfruttato e spremuto come si deve. E in ciò si è dimostrata una grande professionista. Soprattutto con il finale a sorpresa e toccante. Che ti lascia un po’ senza fiato.

Il romanzo parte lento, mescola storie e piani temporali, concede troppo spazio a pensieri inutili e descrizioni visive, poi a metà diventa noiosissimo. Solo alla fine si anima e recupera di mestiere un po’ di forza, con il mistero e con il dramma. Il senso di sospensione fra due mondi (quello dei morti e dei vivi) poteva essere anche un buon tema, ma sembrano poco credibili la gentilezza, con cui vengono trattati certi argomenti, e la continuata leggerezza con cui si muove la protagonista (sempre silenziosa, pensosa, triste, ma sorridente e cara).

Il mio giudizio è negativo. Per il tono, l’estetica, il senso, la trama. Tutto. Siamo tornati al romanzo d’appendice? Spero di no. Per oppormi ai tanti consensi ricevuti dell’autrice, ecco il mio grande no a libri del genere: NO!

Le mosche, di Emiliano Ereddia

Un piccolo Gadda influenzato da Tarantino e da serie tv alla moda tipo The Sinner. Così definirei Ereddia, autore per Il Saggiatore del romanzo Le mosche, un giallo romanissimo, la storiaccia di un omicidio bello violento avvenuto in un appartamento alla periferia di Roma, dov’è il sospettato a farsi carico delle indagini, per far luce sulla sparizione eccellente della figlia dell’ambasciatore americano. Un noir, insomma, che ha poco da invidiare per tensione e oscurità agli hard boiler americani.

Fra tossici, spacciatori, spioni, giornalisti fetenti, papponi, poliziotti infami e tanti altri personaggi dileiani (voglio dire: perfetti per un film di Fernando Di Leo), Ereddia allestisce la sua personale rappresentazione dell’inferno, descritto con tocchi di classe e di cinismo davvero interessanti, e con libertà, ovvero allontanandosi dalla semplicità offensiva dei gialli italiani, dove la prosa deve essere sempre scorrevole e prevedibile.

La scrittura ha stile e coraggio. Non è sempre elegante, ma va bene così. In questo, il maestro Gadda è lontano. Ma per quanto riguarda l’originalità, la cura per le descrizioni, la capacità di perdersi e poi ritrovarsi all’ultimo centimetro, Gadda ha senso di essere chiamato in causa, tra parentesi graffe, quadre e tonde.

Il sangue e la violenza funzionano un po’ come effetti cinematografici, e non so se è proprio un bene in letteratura, specie in un romanzo che non può definirsi, per com’è stato scritto, di puro intrattenimento. L’autore, comunque, sa raccontare, anche quando cede un poco troppo al riflessivo o al melodrammatico. Vi assicuro, c’è dello spirito punk, l’ho sentito. Svolazzava intorno. Bzzzzzzzz…

(Recensione + intervista) Mind the gap. Distanze londinesi, di Luisa Multinu

Sulle gracili spalle di ogni nuova generazione grava il fardello dell’eredità culturale, economica e sociale lasciata dai vecchi. E non solo. Ci si aspetta anche che i giovani si preoccupino per il futuro, ossia delle prossime generazioni. Ma è un dato di fatto che negli ultimi duecento anni circa, nel mondo occidentale, nessuna generazione sia stata più sfigata dei millennials (a parte i poverini a cui toccò affrontare il nazismo, la seconda guerra mondiale e i bombardamenti, ovviamente). I nati dal 1980 in poi si sono trovati, tutti o quasi, buttati lì, in un mondo corrotto e incasinato, brutto e inquinato, fondato su inganni e debiti. Hanno studiato, hanno sperato, hanno creduto alla favoletta del merito, e il più delle volte si sono bloccati di fronte al vuoto, bollati come precari, bamboccioni, sfiduciati, viziati senza prospettive. Molti sono partiti. Via dell’Italia, affanculo tutto, per crearsi una vita migliore. Come Ida, la protagonista del romanzo Mind the gap, pubblicato da Aporema, che a trent’anni dice basta a lavori precari e ricatti familiari e sociali per trasferirsi a Londra, la città che ama.

Luisa Multinu, in questo romanzo diaristico, che è anche un affresco sociale e generazionale, racconta i sogni e le delusioni di una espatriata. Ida ama Londra, lo ripete ossessivamente, quasi per autoconvincersi. Ha chiuso con il passato e con l’Italia per realizzarsi nella città in cui risuona forte la musica che le piace, dove i giovani tentano di imporsi come artisti e sperimentano un’esistenza più libera e stimolante. Ma la realtà è più amara e prosaica del previsto. Lei vorrebbe vivere di poesia e di libri, vorrebbe lavorare come insegnante, godersi le mostre e i concerti londinesi, passeggiare a Camden Town e Soho, e invece deve sgobbare tutto il giorno in un bar gestito da due cafoni, che la maltrattano e la pagano una miseria. Non ha il tempo e la forza per uscire. Finito il lavoro, si chiude in camera, nella casa lontana dal centro che condivide con altri espatriati come lei, italiani e spagnoli. Mangia biscotti e beve caffè, dato che non può permettersi una cena normale. Ogni tentativo per migliorare la propria condizione si scontra con l’indifferenza di una megalopoli abituata a sfruttare i suoi nuovi abitanti, a promettere senza mantenere, ad abbagliare e confondere con le sue meravigliose luci.

La Multinu cerca di declinare la delusione del suo personaggio attraverso pensieri diretti, scene di ordinaria umiliazione, lunghe passeggiate per il centro, accompagnate da canzoni e versi di poesie.

La lettura del romanzo è piacevole e al tempo stesso disturbante. Si capisce presto quale sarà il destino della protagonista, le cui illusioni peccano forse di eccessiva ingenuità. Ci si affeziona a Ida e alla sua insicurezza. E si cede poi al fascino antico e spavaldo di Londra, mentre i The Clash o i Sex Pistols fanno rumore nelle cuffiette dell’ipod. A suo modo, il romanzo è anche una guida: uno strumento per scoprire o riscoprire angoli e scorci della città.

Mi è piaciuto questo libro. È scritto bene. L’unica cosa che mi ha scocciato un po’ sono stati i continui riferimenti musicali troppo pop. Passare dai Pistols agli Oasis, per una come me, è una bestemmia. Ma fa niente. Il punk è solo di facciata.

Ho fatto qualche domanda all’autrice, incuriosita dal suo lavoro. Ecco l’intervista.

Intervista a Luisa Multinu

1 – Nel tuo romanzo si raccontano tante speranze deluse. Londra attira giovani donne e giovani uomini promettendo loro libertà, considerazione e un ambiente più recettivo. Il più delle volte, però, la città finisce per sfruttare queste speranze fino a rendere questi sognatori alla stregua di schiavi (lavapiatti, commesse, camerieri da pagare poche sterline alla settimana). Pensi che il sogno londinese sia un totale abbaglio o abbia ancora ragione d’essere?

LM – Penso che il sogno londinese sia ancora attuale come lo è il desiderio di partire per una qualunque altra “terra promessa”. Chi parte per cercare nuove opportunità lo fa sempre con gli occhi pieni di sogni, perché spera di cambiare il proprio destino. Alcuni ci riescono, altri no, ma questo è il fascino di città come Londra, che attirano ancora molte generazioni perchè piene di opportunità e sfide. Ma anche il sognare ha un prezzo, e lo vediamo molto bene nella storia di Ida.

2 – Quali sono stati i riferimenti letterari che hai usato per creare il tuo romanzo, in parte diario e in parte analisi sociale? A chi o a cosa ti sei ispirata?

LM – Mi ispiro alla letteratura americana e inglese. Sono un’amante della letteratura di scoperta, viaggio, formazione. I miei scrittori di riferimento sono Kerouac, London, Hemingway, Fante e tutti coloro che hanno raccontato di loro stessi e delle loro vite, ma anche Steinbeck, con la sua analisi sociale dei lavoratori nell’America durante le grande depressione. Non ultimo Orwell, scrittore che amo molto.

3 – Pensi che l’emigrazione dei millennials sia un fenomeno paragonabile ai grandi flussi che hanno portato gli italiani a cercare la fortuna in Europa, America e Australia nella prima metà del ‘900?

LM – L’emigrazione dei millennials è un fenomeno importante di cui si parla purtroppo molto poco. I dati dimostrano che la generazione dei nati tra gli anni Ottanta e fine anni Novanta in Italia ha molte difficoltà a trovare un lavoro, figuriamoci se ben retribuito. A molti vengono ancora offerti stage gratuiti o contratti a termine con un salario da fame. Finchè in Italia non ci saranno opportunità dignitose, si continuerà a partire in cerca di condizioni migliori per altri Paesi europei, su questo non c’è dubbio. Perché è più semplice partire quando non hai niente da perdere.

4 – Quale canzone dovrebbe ascoltare un italiano che si trasferisce a Londra appena atterrato per entrare subito nel mood britannico?

LM – Direi sicuramente del britpop, del rock inglese o del punk. Nel libro si dà spazio a canzoni come “London Calling” dei Clash, a pezzi dei Sex Pistols. In genere, a Londra, la canzone che tutti canteranno per strada è “Wanderwall” degli Oasis.

5 – Quale zona di Londra sconsiglieresti al turista italiano?

LM – Nessuna. Londra è bella e interessante in ogni zona proprio per la sua eterogeneità, dal centro alla periferia.

6 – In quanti giorni, secondo te, un turista può apprezzare lo spirito di Londra? Basta un weekend?

LM – Per capire lo spirito di Londra bastano quindici minuti in un qualsiasi pub dopo le cinque del pomeriggio.

7 – Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

LM – Al momento ho iniziato un nuovo progetto partendo sempre da un luogo preciso e molto diverso da Londra, mi piace partire dai luoghi che per me hanno molto da raccontare.

Caccia alle streghe, guerra alle donne, di Silvia Federici

Finalmente un trattato. Un trattatello, a voler essere più precisi. Molto hype, molto sul pezzo. Veloce, zeppo di contaminazioni con la cultura pop, femminista, postcolonialista, marxista e battagliero. Il tema è quello di interpretare le streghe come categoria storica che coinvolge tutte quante le donne osteggiate, limitate, allontanate e perseguitate dalla mascolinità tossica. Donne con un pizzico di amor proprio, in generale, che hanno rifiutato il ruolo avvilente a loro assegnato dalla società, e che per questo sono state accusate di empietà e violate, moralmente, fisicamente, fino all’annientamento. Una storia infinita, tristissima, a volte allucinante, partita ai tempi di San Tommaso, ma forse pure prima, e arrivata fino al regno di Trump.

Niente di nuovo, in fondo. L’analisi è antica quanto il problema, ed è stata più volte articolata con decisione e volontà di soluzione. E infatti la scrittrice, prof e grande femminista americana, ha concepito questo discorso negli anni ’80 (stiamo parlando del famoso saggio Calibano e la strega, pubblicato in italiano per la Mimesis), quando il femminismo aveva tutta un’altra impostazione culturale. Ora, quel testo, lo riadatta, tagliandolo e aggiornandolo, per un pubblico più giovane e smaliziato. La Nero editions, che dei saggi pop e guerriglieri ha fatto il suo marchio di fabbrica, ci è andata a nozze, sperando sia politicamente corretto dire così, anche se il risultato, in questo caso, è un riassunto di un riassunto. Divulgazione facile facile su un tema annoso, importante, che trattato con troppa rabbia o ideologia scade sempre nel vittimismo più inutile e nell’estremizzazione.

La prof Federici ci fa guardare da vicino quanto doveva far schifo la condizione della donna in una società arretrata, ignorante e violenta, dove la superstizione diviene semplice scusa per stroncare la libertà altrui. O per allontanare e piegare chi non è più sfruttabile, come le persone troppo attive, troppo diverse, troppo fragili, o le gestanti, le anziane, le sovversive, le interpreti di una cultura differente (legata a segreti e notizie tramandate di generazione in generazione). La caccia alle streghe ha avuto un exploit nel Seicento, e questo non solo a causa della Riforma e della Controriforma. Secondo la Federici le streghe sono diventate una preoccupazione quando è morta la millenaria tradizione rurale e comunitaria della vita in campagna per far sorgere l’universo delle città, del capitalismo, dei soldi. Così, per rinnovare il mondo sono state prese di mira tutte quelle donne che esprimevano loro stesse attraverso pratiche antichissime e sistemi di socialità ancestrali.

Sì, l’autrice ci fa notare, con esempi abbastanza concreti, che poco o niente è cambiato dal 1600 a oggi. E mica solo in termini metaforici! In Africa, in India e in altri posti, ancora si cercano le streghe. L’obiettivo non è solo quello di fermare una supposta attrice di malefici, ma quello di distruggere, materialmente, il corpo della donna che fa scandalo e dà fastidio. La caccia alle streghe è un meccanismo antico ma ancora in atto, perché vincente, tramite cui il potere tenta di giustificare una pulizia etnico-sociale ed esistenziale. Uno schema adottato, insomma, e rinnovato dalla società moderna, per distruggere il passato tradizione inconciliabile con le pretese dell’ammodernamento. Anzi, potremmo dire che la caccia alle streghe fa parte di quei grandi processi sociali che hanno aperto la strada al capitalismo. Pure il gossip, ci dice l’autrice, è stato demonizzato, impoverito e screditato per trasformare un rito sociale in una pagliacciata. Ora, tutti intendiamo il gossip come qualcosa di innocuo e stupido, ma in quel linguaggio si cela una tradizione millenaria, quella del confessarsi delle donne, la loro storica socialità. Lo stesso vale per la medicina naturale, di cui le donne erano interpreti e custodi. Una tradizione gettata via perché incontrollabile, e contraria ai principi (maschilisti, secondo l’autrice) della scienza medica.

Un po’ estremi, come punti di vista, non vi pare? A me sì, ma ho apprezzato comunque il percorso speculativo e il ragionamento. Almeno dal punto di vista critico.

Non mi convince del tutto lo schematismo storico con cui si conserva il termine di strega e lo si associa a varie situazioni della realtà contemporanea. Non mi piace nemmeno che, per condannare la misoginia e il maschilismo attuale, si equipari la violenza che ha portato alla morte di migliaia di innocenti alla spavalderia o all’ignoranza del maschio che continua a pensare alla donna come oggetto. I maschi sono sempre stati scimmioni, si sa. Ma va fatto un minimo di sforzo di contestualizzazione. È vero che la violenza può essere invisibile e silenziosa, ed è pure vero che le donne subiscono in modi subdoli e interiorizzano un mucchio di umiliazioni, ogni giorno, in ogni contesto. Ma una cosa è la strega bruciata viva e un’altra il cat calling.

Immaginate l’oblio: Il macabro nel sud Italia, di Gerardo Spirito e Marco Marra

L’idea prosegue, ma forse non insegue, la scia dell’intuizione che ha caratterizzato la pubblicazione Zappa e spada (già recensito su questo blog): dar voce all’universo immaginario e arcano del folklore italiano. Ma ci sono due differenze fondamentali. Prima: lì la contaminazione era con il fantasy; mentre qui è con l’horror. Seconda: lì si forzava un’unione di riferimenti tematici nazionali; qui si insiste sul Sud Italia. Un’ulteriore differenza sta nel tono. In Immaginate l’oblio l’ironia è più trattenuta, non si gioca alla parodia. E anche la scrittura, senza dubbio, in questo ultimo libro, è più consapevole e ricercata. C’è tanto macabro nella tradizione culturale del Sud, è cosa nota. Dovunque orienti lo sguardo scovi una leggenda nera, una superstizione, una storiaccia di demoni e fatture. Senza scomodare etnologi e storici, sappiamo a cosa è dovuto questo primato del pensiero magico nel Meridione, e non stiamo qui a ragionarci più del dovuto. Ma è una bella cosa che la letteratura, alta e di genere, si sia finalmente accorta di questa ricchezza culturale e abbia iniziato a sfruttarla. Per questo Immaginate l’oblio va apprezzato, e con il libro va fatto un plauso anche al lavoro della casa editrice gli Horti di Giano.

Non mi piace la copertina, però, che poco sposa con i contenuti e il tono del libro. E non mi piacciono i racconti che virano troppo sul grottesco. Meglio quelli più spirituali e occulti, dal sapore folk e religioso, in cui l’inquietudine è più sottile e produttiva. Mi affascina il fondamento critico che sottende tutti i racconti: la razionalità contemporanea è un falso mito, e basta un niente per farla tremare e arretrare. Orrore e morte sono le prospettive di ogni favola nera. Si parla di macabro, giusto? E che macabro sia, fino in fondo.

Ora, pare che la pubblicazione sia una continuazione, dopo l’esperimento Racconti sull’Innominabile, che non ho letto e che se avrò tempo e voglia recupererò. Per ora mi sono abbastanza goduta queste pagine, meno di duecento. Mentre leggevo mi è venuta voglia di riascoltare i 24 Grana. Ve li ricordate?

Punk gotico e folkloristico , un po’ paesano e ubriaco. Bello.

Lei che non tocca mai terra, di Andrea Donaera

Edito da NN Editore, un marchio indipendente di cui ho apprezzato tante uscite italiane e internazionali, Lei che non tocca mai terra è il secondo romanzo di Andrea Donaera. Il primo, Io sono la bestia (sempre pubblicato da NNE), l’ho abbandonato dopo tre pagine e mai ripreso in mano, annoiata dalla prosa. Questo secondo l’ho approcciato con maggiore voglia e convinzione, dato l’argomento, vicino a ciò che ho vissuto in prima persona: il purgatorio dello stare accanto a una persona sospesa tra la vita e la morte.

I libri servono anche a questo, ad affrontare argomenti che, sotto altre forme, non vorresti mai affrontare, per pudore, per stanchezza, per codardia. Fino a qualche anno fa andava parecchio di moda dar voce alla malattia e al dolore nei romanzi. Si era creata questa stomachevole poetica della vanità della commiserazione. E per fortuna la cosa si era è esaurita.

Mi viene in mente una canzone: When routine bites hard and ambitions are low and resentment rides high but emotions won’t grow and we’re changing our ways, taking different roads, love, love will tear us apart again…

Donaera insiste parecchio sui tasti più dolenti, ma è bravo a smarcarsi in tempo, a far parlare i ricordi e l’interiorità, a evocare lo spirito magico (superstizioso) di un mondo ancora arcano, nonostante tutto intorno esploda il progresso della tecnica. Miriam è in coma dopo un incidente, e Andrea, il suo vecchio ragazzo (anche se ragazzo non è la parola giusta, dato che si conoscono poco), le sta accanto, dannandosi per averla lasciata andare. Perché lo ha fatto? Perché è un fesso, e si è lasciato abbindolare da un maciaro esaltato.

La parte più bella è quella dedicata alla figura del santone esorcista, papa Nanni, che è anche lo zio di Miriam ed è convinto che la ragazza sia una satanassa.

La parte evitabile è quella tutta ripiegata sulla descrizione della sofferenza. Un tripudio dark di fatalismo, arroganza stilistica e gusto per il macabro interiore. David Lynch + Robert Smith + Emily Bronte + Fiori del male. Al limite dello stucchevole e dell’offensivo. Ed ecco che torna a galla il discorso sul pudore. È giusto insistere su questi risvolti così pietistici e atroci? È giusto insistere sul dolore di un padre e di una madre? Sono cose che possono essere, in tutta coscienza, raccontate con tale enfasi e compiacimento?

A parte ciò, l’atmosfera gotica ha sempre funzionato poco abbinata allo sfogo puro del tormento interiore. Il gotico è sublimazione, è estetica mediata di quel dolore. È fuori. L’autore lo sa, e in molte pagine ricrea un’atmosfera adeguata. Poi si perde nei flussi di coscienza e ammorba tutto.

Troppo pop-dark. Troppo triste. E infatti pure la copertina del romanzo sembra una copertina di una cover band dei Joy Division.

Panico, di James Ellroy

Mi aspettavo una schifezza. Nella migliore delle ipotesi una minestra riscaldata. Questo perché gli ultimi lavori di Ellroy sono stati tutti a modo loro deludenti e perché la bandella di Einaudi lasciava pensare a un vuoto d’ispirazione. E invece Panico è un romanzone denso, con un personaggio (il già noto Freddy Otash) cattivissimo e pazzo. Di conseguenza il libro ha un ritmo ossessivo, cupo, contraddittorio, felicemente schizoide. Si nota una certa stanchezza nella costruzione della trama, ma la lingua, da sola, regge l’intera opera.

Ci sono pagine che sputano veleno sulla storia americana, sul cinema degli anni d’oro, su Kennedy e sulla farsa perenne di Hollywood. E facendo attenzione ai contenuti, si imparano molte cose sull’ideologia statunitense, tanto che pare di vivere attraverso questo hard boiler il fiorire di un compendio di sociologia e antropologia contemporanea. La morale è che tutto è scandalo e vanità. La gente campa per diventare protagonista o criticare i protagonisti della squallida sceneggiata dell’apparenza. Proprio come succede oggi sui social. L’unica differenza è che il mondo raccontato da Ellroy possiede ancora una sua epica, una sorta di deviato eroismo, nei personaggi e nei cronisti, che al giorno d’oggi è inconcepibile in termini di valore, coraggio e stile. Uno stile che sa un po’ di marcio. Molto pulp. In più il romanzo mi pare ben tradotto (grazie ad Alfredo Colitto).

Panico non è un seguito di Ricatto. È molto di più. Perché dentro c’è più follia. Qui l’autore diventa il suo personaggio. E fa diverire. C’è meno pesantezza. Meno inutile serietà. Direi abbastanza punk.

Alabama, di Alessandro Barbero

Divulgare non dev’essere un brutto mestiere in sé, specie per chi nutre vera passione nei confronti dello studio. Questo perché è importante e anche sano, almeno ogni tanto, fare i conti con lo strumento pericolosissimo della semplificazione, ovvero con la prospettiva necessaria della comunicazione veloce ed efficace.

Ma che cos’è, alla fine, questa semplificazione? Perché appare così pericolosa? Se la intendiamo come una gentilezza o una concessione nei confronti dei non iniziati, dei distratti, degli insensibili, allora assomiglia un po’ a una riduzione interessata ai minimi termini di una questione complessa. Se invece la vediamo come un mezzo pedagogico che diventa un fine, allora possiamo interpretarla come una proposta costruttiva, un invito dettato da uno sguardo benevolo, anche se ammiccante, che è un suggerimento a partecipare a qualcosa di nuovo, magari di davvero interessante.

La contemporaneità, lo sappiamo bene, vuole soltanto informazioni semplici, godibili, veloci, commentabili. Vuole didascalie chiare e sorridenti. E per questo anche l’arte della divulgazione deve confrontarsi con il linguaggio più smart e accattivante. Ecco perché l’informazione e la narrazione si trasformano spesso in espressioni di vanità, cioè in compiacenza nei confronti dell’approssimazione. E non solo. Nella divulgazione pop, la voce apparentemente chiara e dimessa del narratore sovrasta il senso del narrato, si atteggia a rivelazione importante anche quando non ha grandi idee da sviluppare o spiegare.

Di Alessandro Barbero non si può che dire bene. È preparato, simpatico, appassionato e bravissimo nel comunicare. Divulga che è un piacere. In tv e nei libri. Nei saggi e nei romanzi. Non sembra un vanitoso, anche se è onnipresente. Non sembra neanche spocchioso, anche se parla di tutto.

Il suo ultimo romanzo, Alabama, uscito per Sellerio, parla di guerra civile americana, di razzismo, dolore e arretratezza. Una collezione di informazioni storiche, aneddoti e interpretazioni sottoforma di racconto lungo. Un racconto che però delude parecchio. Non per l’impostazione, come al solito parecchio pop e interlocutoria, né per lo stile (facile facile e sempre chiarissimo). Delude semmai a causa della non incisività del racconto in sé. La storia è narrata male (quasi sempre indirettamente) e noiosa. Pretestuosa. Troppo ideologica. Ma anche l’ideologia vola bassa. Cioè proprio terra terra. Si parla di Dick Stanton, un reduce sudista immaginario, che viene ritrovato e poi intervistato da una studentessa alla ricerca della verità sull’origine cruenta della democrazia americana. Dick è un personaggio poco credibile e la sua voce è totalmente strumentale. I suoi ricordi da western sono piatti e monocromatici. I suoi giudizi prevedibili.

La critica al razzismo è tangibile ma banale. Barbero però cerca di dimostrarci che i sudisti non erano i “cattivi”, nonostante si battessero per gli ideali sbagliati. Eppure la sua tesi si ferma a metà, per pudore. Il professore vuole essere rivoluzionario, ma finisce sempre per dimostrarsi troppo alla mano. Alla fine, tutta la storia è semplificata a beneficio di studentelli incolti, come in film italiano di rievocazione storica fatto con due soldi.

Quindi, Barbero si dimostra troppo conciliante e pigro nel suo narrare. Aveva in mano un saggio con pochi argomenti nuovi, e allora ha fatto uscire un romanzo. Per nulla forte. Per nulla punk.

Annabella Abbondante: la verità non è una chimera

Un rosa giurisprudenziale, apprezzabile da quarantenni nostalgiche di Bridget Jones e fan acritiche della scorbutica Tataranni. Ben scritto, ammettiamolo, nonostante sia un’opera prima. Ammirabile la cura nella gestione dei dialoghi, ottima la pulizia, con disinfettante, della prosa. Il romanzo di Barbara Perna, uscito su Giunti, sembra un perfetto soggetto per una serie rai interpretabile da Vanessa Incontrada o chi per lei. Protagonista: Annabella Abbondante, una single dalla famiglia invadente, killer di piante, caffeinomane, sempre a dieta, un po’ permalosetta e un po’ pasticciona, che lavora come giudice in un piccolo tribunale che sembra un condominio, in un paese immaginario del centro Italia dove ne succedono di ogni… e, guarda caso, tutti fattacci in cui la Abbondante deve o vuole mettere il becco.

La trama del giallo è abbastanza prevedibile: da sola non vale affatto la lettura del romanzo. Funzionano invece i siparietti comici e le parti più descrittive in cui si svela la monotonia e l’assurdità del procedimento civile, con le sedute-show dei giudici, i dibattimenti inconcludenti e le noie burocratiche risolte alla carlona. Ma anche su quest’ultimo punto l’autrice non mi è sembrata troppo coraggiosa. Non ha spinto sulla critica come avrebbe potuto. Quasi a voler addolcire la realtà, fino al punto di idealizzarla, Barbara Perna ricrea un’atmosfera sempre troppo distesa e sorridente, anche quando la protagonista del suo romanzo avrebbe tutto il diritto di gridare come una pazza e tirare i fascicoli in faccia a collaboratori e imputati.

Intendiamoci, l’atmosfera rosa mette subito in chiaro che il fine dell’opera è la leggerezza. E fin qui nulla di male. Ma Annabella, dal mio punto di vista, è un personaggio ambiguo perché un poco reazionario. Non so. Qualcosa nella sua costruzione mi fa storcere il naso. Cosa? Vediamo… Come personaggio finge indipendenza e grande forza d’animo, si mostra generosa e illuminata, eppure il suo comportamento è spesso superficiale. Ha volontà e intelligenza. E poi inciampa in tremendi cliché da piccola donna. Si presenta come single per scelta, tuttavia cerca ostinatamente l’amore, si innamora di tutti e sbatte le ciglia di fronte a ogni pantalone. Si compiace del suo essere di taglia abbondante e fuori forma, ma poi lotta contro la fame e la voglia di dolci, solo per piacere agli altri.

Forse manca qualcosa all’ironia del personaggio. Che vuole piacere a tutti e non offendere nessuno.

In generale la lettura è piacevole. In poche ore si gusta tutto il libro. E questo è un grande merito. Ma la chimera del sottotitolo del romanzo diventa metafora perfetta della forma dell’opera: un collage poco credibile, un po’ commedia, un po’ thriller, un po’ dramma familiare, un po’ giallo camilleriano…

Un po’ troppo pop e soap per i miei gusti, alla fin fine. Niente punk.

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