Il segreto di Lucia Joyce, di Luigi Guarnieri

È la storia di un padre e di una figlia. E in mezzo un cognome ingombrante e un’ancora più ingombrante malattia mentale. Parlare della vita di Lucia Joyce obbliga Luigi Guarnieri a parlare di letteratura e di ossessione, che forse sono due vizi di forma assai somiglianti. Il tema rende il romanzo biografico un dramma, commovente ma anche poco equilibrato.

Povera Lucia!

Il padre è James Joyce, che della letteratura fece la sua missione sacra. La figlia è Lucia, che era vittima ed effetto di quella ossessione. Una figlia sfortunatissima, vitale e triste, coraggiosa e spaventata. L’autore ce la racconta come un’eroina tragica, una poveraccia col destino già segnato da vergine sacrificabile sull’altare. Una che più di così non poteva essere offesa e traumatizzata. Maltrattata dalla vita e da una famiglia assurda. Papà cagionevole, quasi cieco, vanitoso e tutto concentrato sull’arte. Mamma succube, preda di continui esaurimenti nervosi. Lucia, un nome italiano. Perché la figlia di Joyce nacque a Trieste, e prese il nome dalla santa che protegge la vista.

La biografia romanzata di Lucia è la cronaca di una caduta nell’abisso. L’autore si sforza di porre lei in primo piano, di non strumentalizzarne il vissuto e i drammi come elementi poetici riconoscibili nell’opera del padre. Ma non ci riesce. Non può farlo. Quell’abisso nasce da Joyce e ritorna a Joyce. Non c’e quindi un vero segreto nell’infelicità di Lucia Joyce. Il padre torna in ogni pagina. Pure quando non è nominato, pure dopo che è morto.

Lucia è un personaggio affascinante proprio perché folle, scisso, tormentato. È una maschera. Sappiamo che la ragazza ha vissuto gran parte della vita in cliniche specializzate e in manicomi, che ha provato a maturare, ad affermarsi. E sappiamo che questa tragedia ha influito sul lavoro del padre. Come tristezza, come eterno senso di colpa.

Mi ha fatto male capire che alla fine l’autore sarebbe tornato comunque a risolvere la storia di questa donna nel dolore che in qualche modo ha ispirato la letteratura del padre. Avrei preferito una prospettiva più coerente. Un approccio deciso fino in fondo. La storia di Lucia e basta. Il libro alla fine diventa una biografia dello scrittore, genio e sregolatezza. Il solito merdoso cliché.

Umani del tardocapitalismo, di Samuel Reolfi

Umani del tardocapitalismo. Anzi, no. Umani del tardocapitalismo. Una tragedia senza dèi né eroi.

Titolo tosto. Su amazon lo spacciano per fantasy, il che mi ha coinvolta in una lunga e noiosa riflessione sul genere. Vi risparmio i passaggi e vi riporto la conclusione del ragionamento. Sì, è un fantasy. Senza barbari e maghi, senza elfi e orchi. Ma fa quello che deve fare un fantasy: trasfigurare la realtà in una nuova visione immaginaria coerente solo a sé stessa per criticare la realtà di partenza. Samuel Reolfi, che la biografia ci presenta come un filosofo, ci pone di fronte alla venuta sulla Terra di Namgyalma, una divinità tibetana, mandata da Buddha a redimere gli umani dalla rovina concreta e dallo sfacelo morale.

La divinità deve investigare sulle cause della corruzione totale dell’equilibrio naturale. E per farlo deve trovarsi un accompagnatore: un umano. L’unico adatto è un diciottenne figlio di un kebbabaro che si chiama Abdul. Un ragazzino pieno di fisime e di prsopopopea, ma dal cuore gentile e dell’infinita pazienza. In città tutti lo bullizzano o al massimo lo ignorano. E lui sopporta. Intanto ragiona, giustifica, arretra.

In copertina la divinità di cui vi dicevo

Il romanzo di Reolfi ci racconta la lunga notte durante cui il giovane e la divinità cercano il male del mondo per sconfiggerlo. Ma va a finire che trovano male dovunque, in ogni angolo, in ogni volto, in ogni pensiero umano. Gli Umani del tardocapitalismo siamo noi e siamo spacciati, ecco la morale del lungo romanzo pubblicato da Algra editore (mai sentito prima!). Siamo schiavi dei nostri bisogni e delle nostre paure. E quando finiscono bisogni e paure, subito inventiamo altri bisogni e altre paure, e nuovi schemi mentali e culturali per tirare avanti.

Lo scrittore ci offre un’appassionata cavalcata psichedelica tra riferimenti sociopolitici, morali, simbolici e spirituali. Mischia registri e stili, ci incanta con virtuosismi ed effetti speciali. Ci dà la mitologia e poi il realismo. Ci dà il pop e un po’ di Joyce. Ci scuote con una tempesta di riferimenti e di idee che ci lascia zuppi. Un vento che ci fa entrare e uscire dai pensieri dei vari personaggi. E alla fine ci fa venire un po’ di mal di mare. Ma che viaggio! Che sballo! Che inquietudine! Carino, davvero.

Casa fatta di alba, di N. Scott Mamaday

Il mio libro sotto l’ombrellone s’intitola Casa fatta di alba ed è un romanzo importante di N. Scott Momaday, ripubblicato da Black Coffee edizioni, con una nuova traduzione di Sara Reggiani. È importante, sì, perché è stato l’unico romanzo scritto da un nativo americano a vincere il cacchio di Premio Pulitzer. Ma non solo, ovviamente. È roba vecchia. E credo lo abbia letto pure mio nonno all’epoca della prima pubblicazione in Italia. Probabilmente è stato il solo. Di che parla? Di Abel, che è un giovane nativo americano che ha fatto la guerra. E come tutti i nativi americani è un tipo fiero, taciturno e saggio, ma pure fragile e facile alle sbandate. Uno che non si scandalizza di niente, ma che si commuove di fronte a un’alba e si lascia lusingare da vari vizi. Un bambinone. L’innocenza. Che per forza di cose sì avvia alla corruzione.

Aug!

Il tizio abita a Pueblo Jemez in New Mexico ma appartiene a due culture, quella dei nativi e quella dei nuovi americani. E sempre per forza di cose è scisso. Da un lato sembra non poterne più di cazzate come i segnali di fumo, i riti, le cantilene e i racconti del nonno sulla storia del popolo Kiowa. Dall’altro è spaventato dalla contemporaneità, che però lo seduce e lo violenta.

Non saprei. Troppo hippie per i miei gusti. Ci sono un sacco di forzature di cose, e per questo ho scritto più volte per forza di cose. Ve lo faccio notare perché sono pigra come retore. La forzatura è innanzitutto simbolica. Poi politica. E infine storica. Spero ci arriviate da soli, perché mi annoio solo a pensare di dovermi dilungare su certe banalità.

Meglio la caccia al bisonte o l’industria? La prateria o Los Angeles? L’ingenuità del fiero Abel è quella del primo uomo di fronte a un mondo nuovo. Sì, proprio come l’Abele della Bibbia. E l’ingenuità è anche il carattere artificiale più evidente della scrittura, che insiste su un immaginario che non sta in piedi. Falso. E se vero, allora sciocco. Non voglio credere che vizio e corruzione esistano solo nel contemporaneo e che ci sia ancora gente ferma alla razzistissima novella del buon selvaggio. E questo è.

Ex machina. Storia musicale della nostra estinzione 1992-∞, Valerio Mattioli

Il simbolo dell’infinito si sposa malino con l’accelerazionismo e il post-umanesimo fincheriano di Valerio Mattioli. E questo perché la sua filosofia di partenza è uno storicismo post-marxista contemporaneo dell’altroieri, che solo in Italia può spaccare e spacciarsi per vero contemporaneo o futuristico. Che vuol dire? Non lo so, ma spero renda l’idea. Mi adeguo a una certa retorica da occultismo pop-intellettuale distopico per veggente del caos amante del passato ignorato. Non a caso, il testo, un saggio musicale, è dedicato a musiche che hanno fallito la loro rivoluzione futuristica e niente hanno lasciato al presente. Ma il simbolo dell’infinito ci stava bene, e quindi lo hanno tenuto.

Chip

Si tratta di un argomento ampio visto da prospettiva parziale. O di un argomento stretto allargato a un orizzonte dispersivo. Roba da illuminati. O fulminati. O paranoici, per far prima. Avete presente? Attenti al potere che state delegando alla tecnologia! Preoccupatevi del futuro prossimo di dominio delle macchine. Che macchine, tra parentesi, non sono più. Cioè: il saggio gira intorno al tema dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi che si fanno estetica e struttura fondamentale della musica. In pratica la macchina è l’IDM (che sta per Intelligent Dance Music), della Warp e quindi di Aphex Twin, Autechre e Boards of Canada. Ma la macchina è una figura retorica e la musica è un pretesto. L’autore prevede l’apocalisse, la invoca e ci spiega come Aphex Twin possa aiutarci ad accettare la fine dell’uomo. Mutando e poi finendo per amare l’incubo denunciato. Tutti uccisi e felici, gli uomini… Pregheremo un algoritmo di prendere su di sé il peso dell’esistenza, ma solo dopo asserci rimbambiti con suoni e rumori super sintetici e alientanti. Dopo aver detto: ve lo avevamo detto! Ballando sul non ballabile. Sballando con presunzione. Kant e ketamina. Contro il rock, ovviamente. Machina sine deo.

Mattioli è un nostalgico proprio come io sono una nostalgica del punk rock. È ideologizzato, il suo gusto. E lo è pure il mio. Ma lui esagera un pochino con la volontà di paranoia e si mette a giocare con l’ontologia e la filosofia della storia. Se vi piace l’IDM magari certe pagine stridenti, dispersive e autoriferite potranno stimolarvi. In caso contrario, lasciate perdere. I chip sono chip, amigos.

Cuore di ghiaccio, di Almudena Grandes

Dice: una delle scrittrici migliori della sua epoca, cioè quella contemporanea. Ed è uno di quei casi in cui chi dice è più importante di chi è detto. Per orientarvi… chi dice è Mario Vargas Llosa, chi è detto è Almudena Grandes. Cioè l’autrice di Cuore di ghiaccio.

Romanzo pachidermico per mole e ritmo. Tipica saga familiare marqueziana ma senza magia e pazzia. Siamo in Spagna, d’altra parte. Cosa significhi a livello generale quel “d’altra parte” che ci ho appena infilato non so di preciso, ma qualcosa implica, è certo. Nel mio immaginario, per esempio, vuol dire che qui, cioè nel romanzo spagnolo, l’incanto proviene sempre dai ricordi, che si appesantiscono di segreti, peccati e sensi di colpa. Essenza di colpa. Così definirei l’umore del romanzo. Lentissimo e confuso nella prima parte, più incisivo e duro alla fine. Proverò a offrirvi delle coordinate minime per godersi una simile storia… Vediamo, c’è la riflessione suoi legami indissolubili della famiglia, che certe volte sono catene di vergogna, c’è la passione ardente, c’è il franchismo. E poi ci sono il confronto con la cultura francese, la ribellione, la corruzione, il desiderio di evolversi e di amare, il pentimento, l’intrigo.

È tutto uno sciogliere un legame per intrecciarne un altro. Centinaia di fili intricati. Tipo i miei capelli ad agosto. Decine e decine di nomi. Passato, presente e di nuovo passato.

La copertina è davvero bella: quella faccia cancellata dal velo funebre…

La donna misteriosa che fa la sua comparsa al funerale, Raquel Fernández Perea, è il personaggio più riuscito e antipatico del romanzo. Si capisce presto quale possa essere il suo peso specifico sulla storia. Ma poi questo peso raddoppia e diventa invadente, ingestibile. Per il protagonista. Per il lettore. Per il mondo.

Mi ha appassionata. Ma è un libro zero punk. Mi sono sentita una vecchietta, ammaliata da un Harmony.

ll leone di Svevia di Roberto Genovesi

Buttiamoci su un romanzo storico che mi è piaciuto sì e no. ll leone di Svevia di Roberto Genovesi, pubblicato da Newton Compton Editori. Ambientato nel 1250, va letto come un encomio didascalico un po’ prevedibile ed esaltato sulla figura dell’affascinate Federico II di Svevia. Imperatore moderno in epoca medievale, che Genovesi rende modernissimo, quasi contemporaneo. Accanto a lui c’è il capitano saraceno Ahmed Addid, che serve al romanzo per variare i punti di vista e rendere più sopportabile e credibile l’esaltazione dell’eroe. Diciamo chel’autore ci tiene a sottolineare l’intelligenza straordinaria di Federico (che qui, manco fossimo in una chat di Instagram, tutti chiamano Rico), la sua apertura mentale e il suo eclettismo. Ne fa un mito romantico e postmoderno. Quasi odioso. E questo appunto è il bello.

la Newton Compton Editori è proprio negata per le copertine

Attraverso il dialogo fra i due personaggi, cioè Federico e il saraceno, ripercorriamo la storia dell’imperatore, dall’infanzia alla maturità, fra passaggi simbolici, pseudoesoterici e politici. Genovesi sa farci percepire l’importanza ideologica e storica di tutte quelle piccole congiure politiche e dinastiche che hanno segnato l’impero dello svevo. E lo fa con tanto trasporto che sembra di leggere articoli di fondo sulla crisi di governo attuale. In pratica Federico è Draghi!

La parte migliore del libro è quella dedicata a Federico fanciullino. Già con la parte in cui il giovane imperatore contempla incantato una leonessa e il suo cucciolo, si scade nel sentimentalismo di bassa lega. Ma non voglio anticiparvi nada.

Pur non essendo una storica ho notato un po’ di anacronismi e dettagli fuori posto. E non parlo solo della scelta dell’autore di far parlare i protagonisti come due Millenial.

La prosa non mi ha preso. E la trama è noiosa. Ma ho apprezzato la passione dell’autore per la storia e per Federico II. Appunto è un sì e un no.

Vita mortale e immortale della bambina di Milano, di Domenico Starnone

Domenico Starnone è uscito con Einaudi con Vita mortale e immortale della bambina di Milano, uno dei romanzi più incensati del 2021. E tutto questo incenso, secondo me, nasconde l’odore vero del lavoro. Un odore di stantio. Il romanzo mi è sembrato sin dalle prime pagine troppo compiaciuto nella forma. Troppo mitizzante. E troppo breve. Un altro timido tentativo di commistione fra narrazione pura e trattato. Un trattato di glottologia for dummies. O di filosofia del linguaggio all’acqua di rose. Ve lo spiego così: Starnone aveva un racconto nelle mani su un innamorato infantile. Lo ha esteso il più possibile, buttandosi dentro riflessioni sulla lingua (italiana, ma anche sul dialetto). Poi sale in cattedra il Fereante maschio, che parla di maschi, ma solo per stacco stilistico. E il racconto si rovina.

la copertina dell’ultimo libro della Ferrante… ah, no! Di Starnone.

Non mi è piaciuto. Il maschile è imposto e marginale. Scavando, sotto le parole poetiche e alla ricerca letteraria apparente, c’è L’amica geniale. Solo che qui l’amica è una nonna. Oppure è la letteratura. Oppure la morte. Oppure una bimba che danza. Queste sono le quatteo chiavi di lettura. Due e tre delle quali abbastanza noiose.

Un romanzo di formazione? Proprio così. Conosciamo un lui che cresce. In mezzo ai fumi del mistero e del mito. Favole e discorsi filosofici sulla vita, la morte, la comunicazione e la letteratura. Vacuo. Zero punk.

Un re non muore, di Ivano Porpora

Non conoscevo Ivano Porpora, ma sembra che sia un giovane autore ben voluto dalla critica e un insegnante di scrittura. Ho preso il suo Un re non muore perché sono un’appassionata di scacchi, e il suo libro di questo parla, più o meno.

il libro sugli scacchi di Ivano Porpora

Gli scacchi, me li ha fatti amare e odiare mio padre. Piccola precisazione: se non odi gli scacchi, vuol dire che non li ami. Gli scacchi t’innervosiscono. Ti sfidano. Ti sfiancato. Ti ricattato. Ogni tanto ti fanno sentire stupida o disadattata. Insomma, è una tragedia. O diventi forte che nessuno ti batte, o ogni partita è una coltellata alla psiche. E quando vinci pensi sempre che hai giocato contro un cretino. Quando perdi ti senti una menomata. Lo confesso, sono scarsa. E dire che ho studiato, mi sono applicata e tutto quanto. Per far contento mio padre. Che pure era scarso. Ma passiamo al libro di Ivano.

Ho capito che l’autore la pensa come me, almeno sugli scacchi. E cioè pensa che facciano male. Che ogni partita sia una guerra che ti fa odiare l’avversario e poi ti fa odiare te stesso. Il problema è che Porpora si è fermato alla fascinazione del dilettante. Si diverte. È come l’amante di Hemingway che va alla corrida. Si lascia troppo ammaliare dalla nobiltà apparente del gioco. Filosofeggia. Risolve tutto nella metafora. Anzi, nella doppia metafora. Scacchi, letteratura, vita. Chiama in causa mosse vecchie di partite storiche e le confronta con soluzioni poetiche o registiche. Ma questi confronti sono o forzati o insensati.

La lettura è stata noiosa e un po’ fastidiosa. Piacerà a chi si dice scacchista o poeta senza esserlo. Quindi al novantanove per cento degli scacchisti e dei poeti. Poi i veri scacchisti e i veri poeti non si avvicinerebbero mai a un libro così neanche se costretti. Io mi ci sono avvicinata e l’ho letto tutto, perché sono sono la merda degli scacchisti.

Ovviamente, zero punk.

L’anima delle città, di Jan Brokken

Che viaggio! L’anima delle città di Jan Brokken è il mio libro preferito del 2021, mano sul fuoco. Non è il mio genere, né il mio solito insolito. Eppure con questa guida letteraria sono riuscita ad abbandonare il letto dov’ero stesa a leggere, il mio quartiere, la mia città. Ho viaggiato. Ho fatto turismo vero. Verso il cuore, cioè verso l’anima, di città altre, vicine e lontane.

Lo scrittore è un mago. Sa incantare. Sa raccontare l’interessante e l’inutile, il gossip letterario, la storia universale, l’ambiente, il panorama, il passato, le vite, i sogni. Tutto! E sempre con originalità e stile. Ma senza forzature. Turismo non turistico: si può dire?

Davvero incredibile: sfogliare le pagine e viaggiare in profondità, senza muoversi. Bloccarsi su un paragrafo, per sostare in una piazza. Perdersi e ritrovarsi nel margine delicato o dimenticato (puro stile Iperborea, in un certo senso), con un taglio che è orgogliosamente letterario. Brokker mi ha stupita.

Che cos’è ‘sto libro? Un saggio, un diario, una calvinata, un esercizio di stile, un fascicolone di aneddoti, un reportage? È tutto questo. Ma è soprattutto visione costruttiva e informazione che mette in primo piano lo spirito di luoghi visti da un occhio capace di notare ciò che conta. E cioè la storia. Così si cede alla voglia di scoprire, anche se di partenza non ti frega un cavolo. Più vai avanti e più benedici questa collezione di pagine nutrienti e stuzzicanti. Benedici il modo in cui sono scritte le cose. Benedici chi ha viaggiato per te. E ti fa viaggiare. Un trip senza sballo. Lucidissimo. Poetico fino a un certo punto. Bello. All’anima delle città!

Gli iperborei, di Pietro Castellitto

Non è affatto male, dico davvero. Il romanzo d’esordio dell’attore Pietro Castellitto si concentra sul racconto di una sproporzione simbolica, tutta tesa sulla mitologia negativa della vita vuota, o pienissima di vanità, di un gruppo di privilegiati. Trentenni che, parafrasando una vecchia canzone di Manuel Agnelli, hanno voluto e ottenuto una pelle splendida. Parassiti, egoisti, edonisti, disagiati che sguazzano in un mondo perfetto fatto di feste, cene eleganti, rituali decadenti e velleità culturali di scarsa sostanza. Il tutto con affanno che diventa ritmo, e incertezza dissimulata che diventa flow.

Il signor Pietro Castellitto

Sembra che il giovane Castellitto voglia mostrare un ingegno vario e coraggioso. Per questo fa questo, quello e quell’altro con invidiabile spigliatezza: recitazione, regia e scrittura. E fa tutto benino o addirittura bene. Il meglio lo dà come attore, sì, ma magari cresce pure come scrittore, e poi come facciamo? Dopotutto è figlio d’arte sia da un lato che dall’altro!

e la copertina del suo esordio narrativo

Il titolo, Gli iperborei, tradisce un ingenuo intellettualismo che forse appesantisce troppo (con vecchio moralismo e gusto per la critica ideologica) la storia ben cadenzata di personaggi grotteschi ma a loro modo umani. Certe scelte narratologiche sono da satira didascalica. Ma la fotografia del presente che ci consegna questo romanzo ha comunque valore. La messa a fuoco, intendo, c’è. E si notano bene i difetti più profondi, quelli che si nascondono oltre l’apparenza troppo sgargiante o crepuscolare, vale a dire le ferite di una generazione ingannata e a cui fa comodo ingannare.

L’autore dimostra padronanza e visione. Non ha uno stile memorabile, e spesso scimmiotta voci tradotte (male) della letteratura americana; eppure, dal mio modesto e proletario punto di vista, ha penetrato l’assenza (che in contesti diversi dovrebbe essere l’essenza) dei personaggi.

Ciò che non funziona è l’ironia immoralistica dell’autore, che tende a farsi censore e a giudicare nello stesso atto creativo, ovvero esagerando con i toni. Si va dallo sprezzo al disprezzo, dalla compiacenza alla giustificazione che sa di indifferenza. Un’indifferenza sporca di condanna a priori. Mentre i libri belli dovrebbero far maturare le condanne nei personaggi, nel loro esprimersi.

Comunque, nonostante scenario e argomento, c’è elettricità punk. Un pochino almeno. C’è decadenza da trap tanto finta da apparire vera. Mi seguite? Penso di no. Buonanotte.

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